L’abbraccio che sostiene
A volte mi chiedono: «Lisa, ma com’è che tu sei così?».
Non so mai bene cosa rispondere.
Sono così per tante ragioni. Per le esperienze che ho vissuto, per le persone che ho incontrato, per le scelte che ho fatto. È una vita costruita passo dopo passo, spesso senza sapere esattamente dove stessi andando.
Ma se dovessi cercare una delle prime scintille, uno di quei momenti che molti anni dopo riconosci come un punto di passaggio, probabilmente penserei a un abbraccio.
Era l’estate del 2007 ed ero in India. Durante un viaggio capitai con mio marito nell’ashram di Amma.
Non sapevo praticamente nulla di lei e, a dire il vero, non sapevo granché nemmeno degli ashram. Volevo semplicemente vedere che cosa fosse un ashram.
Mentre entravamo qualcuno ci disse: «Siete proprio fortunati. Oggi Amma è qui e dà il darshan».
Boh. E che cos’è?
Naturalmente la mia voglia di provare nuove esperienze mi spinse subito a lanciarmi in questa nuova avventura senza nessuna remora.
Scoprii così che Amma, conosciuta in tutto il mondo per i suoi abbracci, quel giorno avrebbe incontrato le persone presenti nell’ashram. Il suo darshan avviene proprio attraverso un abbraccio.
E io mi misi in coda.
Una mezz’ora dopo mi ritrovai tra le sue braccia.
Oggi mi fa sorridere pensare a quanto fosse stata semplice quella cosa. Negli anni successivi ho saputo di persone che, in Italia, aspettavano anche otto o dieci ore per ricevere quell’abbraccio.
Io ero semplicemente capitata lì.
Le coincidenze che forse coincidenze non sono
Quel giorno era già successa un’altra cosa particolare.
Proprio mentre stavo entrando nell’ashram mi telefonò mia zia, che è anche la mia madrina.
Non è una persona che sento abitualmente. Possiamo sentirci una, forse tre volte in un anno. In famiglia l’abbiamo sempre chiamata scherzosamente “zia strega”: è astrologa e tra noi c’è sempre stata una connessione particolare.
Mi chiese:
«Dove sei, Lisa?»
«Sono in India. Sto entrando nell’ashram di Amma. La conosci?»
E lei mi rispose più o meno così:
«Certo che la conosco! Ma non sai che io, tuo padre e tua sorella siamo andati a Torino due anni fa proprio per farci abbracciare da Amma?»
No. Non lo sapevo.
Noi siamo di Verona. Quindi non era neppure esattamente una cosa capitata sotto casa.
Chiamatela coincidenza. Chiamatela sincronicità. Chiamatela come preferite.
Io so soltanto che, proprio mentre entravo quasi per caso in quel luogo dall’altra parte del mondo, ricevetti la telefonata di una persona che sentivo pochissime volte all’anno e scoprii che una parte della mia famiglia aveva già cercato quello stesso abbraccio.
Ci sono momenti in cui la vita, almeno ai miei occhi, sembra davvero magica.
Andrà tutto bene
Poi arrivò il mio turno.
Amma mi strinse a sé e mi disse qualcosa nella sua lingua.
Non capii una sola parola.
Di solito c’erano persone che traducevano, ma quella volta nessuno mi tradusse nulla.
Eppure io sentii chiaramente una frase:
Andrà tutto bene.
Non so spiegare perché.
La sentii.
E la mia prima reazione fu quasi di stupore: Ma cosa deve andare tutto bene?
In quel momento la mia vita procedeva normalmente. Non avevo idea di ciò che sarebbe successo negli anni successivi, delle esperienze che avrei attraversato, delle persone che avrei incontrato e perso, di quanto sarei cambiata.
Soltanto molto tempo dopo ho iniziato a dare un significato diverso a quell’abbraccio.
Io credo che in quel momento Amma mi abbia lasciato qualcosa. Mi piace chiamarla un’attivazione, una scintilla divina. È la mia lettura di ciò che è accaduto, naturalmente. Non ho bisogno di dimostrarla.
So soltanto che quell’abbraccio è rimasto con me.
E forse quel “andrà tutto bene” non significava affatto che tutto sarebbe andato come avrei voluto.
Significava qualcosa di diverso.

Sapere che qualcuno c’è
Negli ultimi anni ho pensato molto al sostegno.
A quella sensazione profondissima che nasce dal sapere che, da qualche parte, qualcuno c’è.
Penso a mio padre.
È morto qualche anno fa ed è stato un grande pilastro della mia vita. Una persona solida, presente, una di quelle persone sulle quali sai di poter contare.
Anzi, spesso non avevo neppure il tempo di chiedere: lui arrivava prima. Vedeva una cosa da fare, un problema da risolvere, qualcosa di cui potevo avere bisogno e c’era.
E io, che sono sempre stata molto autonoma e anche piuttosto orgogliosa, qualche volta escogitavo persino qualche sotterfugio pur di riuscire a fare le cose da sola, prima che intervenisse lui.
Era un piccolo gioco tra la sua presenza e il mio bisogno di indipendenza.
Ma questo non significa affatto che non mi appoggiassi a lui. Al contrario: credo che una parte della mia forza sia cresciuta anche sapendo che quel pilastro esisteva.
Potevo andare, provare, fare da sola. Ma sapevo che, dietro di me, mio padre c’era.
Ed è diverso non averlo più.
Perché una cosa è scegliere di fare da soli sapendo che, se serve, qualcuno è lì.
Un’altra è sapere che non puoi più voltarti e trovarlo.
Ed è diverso non averlo più.
Perché una cosa è non appoggiarsi a qualcuno, un’altra è sapere che non puoi più farlo.
Forse uno dei sostegni più importanti della nostra vita è proprio questo: non qualcuno che faccia le cose al posto nostro, ma qualcuno che sappiamo essere dietro le nostre spalle.
Vai. Io sono qui.
E quanto può struggere il cuore quando quell’abbraccio non c’è più.
O, forse ancora diversamente, quando non c’è mai stato.
Ci sono persone che hanno perso un padre, una madre, un compagno, qualcuno che rappresentava quella presenza.
E ce ne sono altre che quella presenza non l’hanno mai conosciuta veramente. Magari sono cresciute con genitori presenti fisicamente ma rigidi, poco capaci di accogliere. Oppure con qualcuno che semplicemente non c’era.
I genitori fanno quello che possono, con ciò che hanno ricevuto e con gli strumenti che possiedono.
Ma ciò che è mancato può continuare a farsi sentire.
Possiamo diventare adulti fortissimi, autonomi, capaci di risolvere problemi, magari bravissimi a sostenere tutti gli altri.
E avere ancora, nascosta da qualche parte, una domanda:
E io, ogni tanto, dove posso appoggiarmi?
Il peso sulle spalle
Forse non è un caso che utilizziamo proprio questa espressione.
Avere qualcuno alle spalle.
Sentire un peso sulle spalle.
Portare tutto sulle proprie spalle.
In alcune letture simboliche del corpo e nelle costellazioni familiari le spalle vengono associate anche al sostegno, ai pesi che portiamo e, talvolta, alla mancanza di un abbraccio.
Non è una spiegazione medica del dolore alle spalle. È una lettura simbolica.
Ma è un’immagine che mi ha sempre colpita.
Perché forse non abbiamo necessariamente bisogno di qualcuno che ci tolga il peso dalle spalle.
A volte abbiamo semplicemente bisogno di sentire che non dobbiamo portarlo completamente da soli.
C’è un’altra immagine delle costellazioni familiari che sento particolarmente vicina.
Quando i figli sono cresciuti e sono pronti ad andare autonomamente nel mondo, la configurazione che viene rappresentata è quella dei figli rivolti verso la propria vita, con i genitori alle spalle. E dietro i genitori, i nonni, e poi ancora le generazioni che li hanno preceduti.
È un’immagine che ho sperimentato personalmente più volte durante le costellazioni e posso raccontare ciò che ho sentito io: una forza enorme arrivare da dietro.
Come se non fossimo soltanto noi ad andare avanti.
Davanti c’è la nostra vita, che spetta a noi vivere. Ma alle nostre spalle ci sono nostro padre, nostra madre e, dietro di loro, tutte le generazioni che sono venute prima di noi.
Noi facciamo il passo, ma non partiamo da zero.
Forse anche questo è un abbraccio: sentire che possiamo andare nel mondo con le nostre gambe, mentre qualcosa, dietro di noi, continua a sostenerci.
Lasciare che l’altro ci sostenga
C’è poi un’altra cosa sulla quale ho riflettuto.
Per me dare è abbastanza naturale. Mi piace amare, esserci, aiutare, sostenere le persone a cui voglio bene. Ma non ho particolarmente bisogno che qualcuno si appoggi a me per sentirmi importante nella sua vita.
Non è lì che misuro la profondità di una relazione.
Se devo essere sincera, la sento molto di più anche in ciò che ricevo: nella presenza dell’altro, nella sua capacità di esserci, nel sentirmi accolta e sostenuta.
E forse proprio per questo ho dovuto imparare anche a lasciarmi sostenere.
Ho incontrato più volte, invece, un’idea interessante rispetto agli uomini: che per molti di loro poter dare qualcosa alla persona che amano, sentirsi utili, affidabili, capaci di esserci e, qualche volta, di rappresentare un porto sicuro, contribuisca a creare un legame profondo.
Non so se sia così per tutti, e certamente non credo che uomini e donne funzionino secondo regole così semplici. Ma è una dinamica che riconosco in alcune relazioni e che mi fa riflettere.
Perché forse, quando siamo molto autonomi, rischiamo di pensare che amare significhi soprattutto dare.
E invece qualche volta lasciarsi aiutare, accogliere ciò che l’altro vuole offrirci, permettergli di prendersi cura di noi è anch’esso un modo di creare intimità.
Permettere a qualcuno di esserci non significa diventare dipendenti.
Significa lasciargli un posto nella nostra vita.
Due braccia forti
Credo che molte donne conoscano quella sensazione.
Il desiderio, almeno ogni tanto, di due braccia forti che ti stringano e ti dicano:
«Non preoccuparti. Ci sono io.»

Non per risolverci la vita.
Non perché non siamo capaci di stare in piedi da sole.
Ma proprio perché lo siamo quasi sempre, e ogni tanto sarebbe bello potersi appoggiare.
Ma più osservo le persone, più penso che questo bisogno non appartenga affatto soltanto alle donne.
Anche gli uomini hanno bisogno di un porto sicuro.
Di tornare, metaforicamente o realmente, tra due braccia nelle quali poter smettere per un momento di dimostrare, risolvere, proteggere, essere forti.
Qualcuno che sappia stare, che accolga anche nel silenzio, che faccia sentire:
Non devi fare niente in questo momento. Io sono qui.
Impariamo anche ciò che riceviamo
Credo che essere stati accolti e sostenuti ci insegni, quasi naturalmente, a fare altrettanto.
Con i nostri figli, innanzitutto.
Ma anche nelle relazioni, nelle amicizie e persino nel lavoro.
Sostenere non significa sostituirsi.
Non significa eliminare le difficoltà dalla strada dell’altro.
Significa creare uno spazio abbastanza sicuro perché una persona possa provare, sbagliare, imparare, assumersi responsabilità e diventare autonoma sapendo che, se vacilla, qualcuno c’è.
Anche questa, per me, è leadership.
E chi non ha ricevuto questo tipo di sostegno?
Può impararlo.
Forse con maggiore consapevolezza, proprio perché sa quanto può fare male la sua assenza.
Quando l’abbraccio arriva da dove non te lo aspetti
Negli anni quell’“andrà tutto bene” è tornato.
Qualche volta me lo ha detto mia figlia.
È successo nei rarissimi momenti in cui mi ha vista davvero giù.
«Mamma, non preoccuparti. Andrà tutto bene.»
E lo ha detto con una forza tale che, in quel momento, mi è servito davvero.

Mi rendo conto solo ora, scrivendo, che quelle parole ricevute tanti anni prima tra le braccia di Amma siano ritornate nella mia vita attraverso mia figlia.
Forse gli abbracci fanno anche questo.
Cambiano forma.
A volte hanno le braccia di un padre.
A volte quelle di un compagno.
A volte quelle di un figlio.
A volte arrivano attraverso un amico che compare esattamente quando ne abbiamo bisogno.
Ho molto amore intorno a me e negli anni ho avuto amici che mi hanno sostenuta in modi che non dimenticherò. Io li sento quasi come un prolungamento della presenza divina nella mia vita.
Come persone che, in qualche modo, mi sono state mandate.
E poi ci sono stati momenti nei quali gli appigli sembravano non esserci.
È lì che ho imparato qualcosa che oggi per me è fondamentale.
Ho imparato ad avere fede nella vita.
E ho imparato ad avere fede in Dio.
Non significa pensare che non succederà niente di doloroso.
Non significa che ogni cosa andrà come avevamo previsto.
Forse è proprio questo che oggi significa per me quel lontanissimo:
Andrà tutto bene.
Non andrà tutto come vuoi tu.
Non non soffrirai.
Non non perderai niente.
Ma, in qualche modo, sarai sostenuta.
E forse una parte del nostro cammino consiste proprio nell’imparare a riconoscere quell’abbraccio nelle tante forme in cui arriva.
E quando possiamo, nel diventare noi stessi quell’abbraccio per qualcun altro.
