Da vicino nessuno è normale
Ipersensibilità, neurodivergenze e quelle anime che sembrano percepire il mondo in modo diverso
Da vicino nessuno è normale. E forse è proprio questo il bello della vita.
Più conosco profondamente le persone, più questa frase mi sembra vera.
Siamo tutti differenti. Eppure ci sono alcune persone nelle quali questa differenza sembra assumere caratteristiche particolari: una sensibilità molto intensa, un modo diverso di elaborare ciò che accade, una difficoltà maggiore ad aderire agli schemi e, spesso, quella sensazione difficile da spiegare di essere un po’ fuori posto.
Nel mio percorso ho incontrato persone che mi hanno raccontato la sensazione di non rispecchiarsi negli standard comuni. Ogni storia è diversa, naturalmente, ma ascoltandole e osservandole negli anni ho cominciato a pormi alcune domande.
Una soprattutto.
Perché così spesso l’ipersensibilità sembra incontrare qualche forma di neurodivergenza?
Non sto dicendo che siano la stessa cosa. E neppure che tutte le persone altamente sensibili siano neurodivergenti o che tutte le persone neurodivergenti siano ipersensibili.
Sto parlando di una sovrapposizione che incontro molto frequentemente e che mi incuriosisce da anni.
Un modo diverso di percepire
Quando parliamo di neurodivergenze possiamo riferirci a realtà anche molto differenti tra loro: ADHD, autismo, DSA e altri funzionamenti neurologici che si discostano da quello considerato tipico.
Anche sotto la sigla DSA troviamo condizioni differenti: dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia.
Ma c’è una domanda che mi interessa più delle definizioni: che cosa accade alla persona dietro quell’etichetta?
Nelle persone altamente sensibili che conosco incontro spesso un’elaborazione molto ricca e associativa.
Fai loro una domanda e non necessariamente compare una risposta ordinata, pronta per essere pronunciata. Possono arrivare contemporaneamente immagini, connessioni, ricordi, sensazioni, possibilità. E trasformare tutto questo materiale in una sequenza lineare di parole richiede un passaggio ulteriore.
Da fuori può sembrare lentezza.
Da dentro, magari, sta accadendo esattamente il contrario: c’è moltissimo.
Naturalmente non vale per tutti. Nessuna caratteristica umana vale per tutti. Ma credo sia importante cominciare a domandarci quante volte definiamo una capacità attraverso ciò che non riesce a fare, invece di cercare di comprendere come funziona.
Prendiamo la dislessia.
In una realtà nella quale gran parte dell’apprendimento scolastico passa attraverso la lettura e la scrittura, avere difficoltà in questi ambiti può diventare enormemente faticoso.
Ma quanto di quella fatica appartiene alla persona e quanto nasce dall’incontro tra il suo funzionamento e ciò che l’ambiente le chiede?
È una domanda enorme, che meriterebbe un articolo intero sul nostro sistema scolastico.
E potremmo farci la stessa domanda davanti all’ADHD. Ci sono difficoltà reali nella regolazione dell’attenzione, nell’organizzazione, nella gestione del tempo o dell’impulsività. Ma accanto alla domanda «dove fa fatica questa persona?» perché non cominciare a chiederci anche:
«Quali risorse porta proprio perché funziona in questo modo?»
Le due cose possono convivere.
Possiamo riconoscere una difficoltà senza trasformare l’intera persona in una difficoltà.

Quando ci si sente un po’ UFO
C’è poi un’altra caratteristica che incontro spesso nelle persone altamente sensibili: la difficoltà a sentirsi completamente parte dei meccanismi della società.
Non significa necessariamente essere soli.
Si può avere una vita sociale, essere amici di molte persone, lavorare, avere relazioni e contemporaneamente sentire che sono pochissimi quelli con cui si riesce a entrare veramente in risonanza.
Per alcuni questa sensazione è stata, soprattutto in passato, molto dolorosa: sentirsi un po’ UFO.
Eppure a volte basta cambiare ambiente perché succeda qualcosa.
Ho ascoltato persone raccontare di essersi sentite diverse per anni e di aver trovato improvvisamente individui molto più simili a loro quando sono entrate, per esempio, in un ambiente artistico o in un contesto nel quale quel particolare modo di percepire e pensare aveva finalmente spazio.
La persona è la stessa.
È cambiato il contesto.
Ed è qui che mi torna continuamente una domanda:
Quando definiamo una caratteristica come difficoltà, quanto stiamo descrivendo la persona e quanto, invece, la distanza tra quella persona e ciò che il contesto le chiede?
Non credo esista una risposta unica.
Ci sono neurodivergenze che possono comportare difficoltà importanti anche in un ambiente accogliente e perfettamente rispettoso. Sarebbe sbagliato negarlo o romanticizzarle.
Ma sarebbe altrettanto limitante vedere soltanto quelle difficoltà.
E se provassimo ad aggiungere un’altra lente?
Fin qui possiamo rimanere sul piano dell’osservazione e della psicologia.
Ma chi legge da tempo La Cascina dell’Anima sa che per me esiste anche un altro piano attraverso cui provare a comprendere ciò che viviamo: quello dell’anima.
Ed è qui che il mio ragionamento diventa inevitabilmente più personale.
Le teorie spirituali sui cosiddetti bambini indaco e cristallo hanno descritto bambini caratterizzati da una particolare sensibilità, da un forte senso interiore, da una diversa relazione con gli schemi e, soprattutto nelle descrizioni dei bambini cristallo, da una grande capacità di amore e connessione.
Non sto sostenendo che un bambino autistico sia un bambino cristallo.
Non sto dicendo che un ADHD dimostri l’esistenza dei bambini indaco.
E soprattutto non penso affatto che neurodivergenza significhi maggiore evoluzione spirituale. Incontro persone di grandissima sensibilità, consapevolezza ed equilibrio interiore che non presentano alcuna neurodivergenza.
La domanda che mi faccio è un’altra.
E se, almeno in alcuni casi, un’anima particolarmente sensibile, incarnandosi in questa realtà, incontrasse una maggiore difficoltà nell’adattarsi ad alcuni dei suoi meccanismi?
È una lettura spirituale, non una spiegazione scientifica della neurodivergenza.
Ma è una domanda che mi accompagna.
Forse ciò che chiamiamo difficoltà potrebbe essere, in alcuni casi, anche l’espressione di un incontro non perfettamente aderente tra un certo modo di essere e il mondo nel quale quella persona è arrivata.
E forse altre anime, altrettanto sensibili, riescono invece a muoversi perfettamente tra questi due mondi.

Bambini diversi o uno sguardo diverso?
Negli ultimi anni incontro e osservo anche bambini e ragazzi che mi colpiscono per un altro motivo.
Alcuni mostrano una capacità di cuore, una sensibilità verso gli altri, un equilibrio e talvolta persino una lettura spirituale della vita che sembrano andare molto al di là di ciò che siamo abituati ad associare alla loro età.
Tra i tanti esempi che ho incontrato in rete, ce n’è uno che continua a colpirmi particolarmente: CJ, figlio di Shay Your Love Diva. (Link a un suo video a fine pagina)
Quel che dice è impressionante e mi risuona profondamente. E ancor di più mi colpisce il modo in cui lo dice. La naturalezza, la sicurezza e quella sensazione che non stia semplicemente ripetendo qualcosa imparato dagli adulti, ma raccontando qualcosa che sente profondamente.
Trovate un link a un suo video in fondo all’articolo
Non credo che CJ sia neurodivergente e comunque non mi interessa attribuirgli un’etichetta.
Anzi, è proprio questo il punto.
Ciò che chiamiamo ipersensibilità, la neurodivergenza e quella particolare consapevolezza che alcune tradizioni spirituali hanno associato ai bambini indaco e cristallo possono forse incontrarsi, ma non necessariamente coincidono.
E allora nasce un’altra domanda.
Stanno davvero arrivando generazioni differenti, come alcune visioni spirituali hanno immaginato?
Oppure queste persone sono sempre esistite e siamo noi che, lentamente, stiamo imparando a riconoscerle?
Forse sono vere entrambe le cose.
O forse nessuna delle due.
Non sentirsi sbagliati
Non ho scritto questo articolo per dare una spiegazione alle neurodivergenze.
E certamente non penso che poche pagine possano risolvere la fatica di chi per anni si è sentito inadeguato rispetto a ciò che il mondo sembrava chiedergli.
Mi piacerebbe però che facessero almeno una piccola cosa.
Che una persona dislessica, ADHD, autistica o con un altro funzionamento neurodivergente potesse, leggendo, concedersi anche solo per un momento una domanda diversa da quelle che forse si è fatta tante volte.
Non soltanto:
«Che cosa c’è in me che non funziona?»
Ma anche:
«Che cosa c’è in me che funziona diversamente? E quale ricchezza può esserci proprio lì?»
Perché una difficoltà rispetto a uno standard non rende sbagliata la persona che la vive.
E forse, prima ancora di cercare di adattare qualcuno al mondo, potremmo diventare un po’ più curiosi verso il suo modo di guardarlo.
Non so se esista davvero un filo che unisce ipersensibilità, alcune neurodivergenze e ciò che la spiritualità ha chiamato bambini indaco e cristallo.
Lo sto cercando.
E questo articolo non vuole essere una conclusione.
Vorrei che fosse l’inizio di una conversazione.
LINK A UN VIDEO DI CJ