Mamma e figlia sorridono insieme con un divertente filtro da renna

No, non sono perfetta

A volte ho l’impressione che alcune persone, conoscendomi, pensino che io abbia sempre la risposta giusta, che sappia affrontare bene le situazioni e che abbia costruito una vita molto coerente con quello che penso e con quello che dico.

Su quest’ultima cosa, in effetti, hanno ragione.

La coerenza per me è importante. Molto. Cerco di vivere secondo ciò in cui credo, anche quando non è la strada più semplice.

Ma essere coerenti non significa essere perfetti.

E io perfetta non lo sono affatto.

Per fortuna, aggiungerei. Perché le persone perfette non mi sono mai piaciute particolarmente.

E questo mi ricorda anche la mia infanzia in cui venivo presa come bambina modello di comportamento dalle altre mamme. Forse non potete immaginare quanto mi desse fastidio.

Io mi comportavo semplicemente in modo coerente alla mia natura e all’educazione ricevuta, ma certo non volevo essere messa sotto le luci della ribalta e peggio ancora mettere in ombra gli altri bambini. In quei momenti mi domandavo cosa potevo fare perché questo non accadesse più. Ma niente: fare marachelle apposta proprio non era nella mia natura..

Comunque dicevo, non sono per niente perfetta e me ne guardo bene dall’esserlo.

Come madre, per esempio, ho una discreta collezione di candidature al premio “Mamma dell’anno”.

Quando Alice era più piccola aveva spesso il raffreddore. Io, che invece il raffreddore non ce l’ho quasi mai, non avevo mai i fazzoletti.

Sul perché lei avesse così spesso il raffreddore, qualche idea ce l’avevo: insistevo parecchio perché limitasse latte e formaggi e cercavo di indirizzarla verso abitudini alimentari diverse. Ma, come sa chiunque abbia avuto a che fare con un figlio dotato di una certa determinazione, sapere cosa sarebbe meglio fare e riuscire a farglielo fare sono due faccende piuttosto diverse.

Fatto sta che lei aveva il raffreddore e io non avevo i fazzoletti.

Così, le rare volte in cui riuscivo a tirarne fuori uno dalla borsa, lo annunciavo trionfante:

«Alice! Oggi ho vinto il premio mamma migliore del mese. Ho persino i fazzoletti!»

Poi c’era la merenda.

Ogni tanto me la dimenticavo. Non sempre, naturalmente. Ma abbastanza perché, quando arrivavo alla fine di una settimana intera senza averne dimenticata neanche una, potessi comunicare soddisfatta ad Alice:

«Questa settimana ho vinto il premio mamma migliore della settimana!»

Alice, peraltro, non ne ha mai fatto una tragedia. Se mancava qualcosa, trovava una soluzione. Chiedeva alle amiche, si arrangiava, imparando anche a non vivere ogni mancanza come un problema o qualcosa che dovesse essere necessariamente perfetto.

Con mia grande consolazione ho poi scoperto che quella solidarietà alimentare funzionava in entrambe le direzioni: alcune madri dimenticavano le merende molto più sistematicamente di me.

Non sto sostenendo che dimenticare i fazzoletti o la merenda sia un metodo educativo.

Sto dicendo un’altra cosa.

Non tutto deve funzionare perfettamente perché le cose funzionino bene.

A volte manca qualcosa. E allora si chiede. Si trova un’alternativa. Ci si arrangia. Si scopre persino che gli altri hanno bisogno di noi esattamente come noi abbiamo bisogno di loro.

Forse anche questo insegna a stare al mondo.

Bambina in cucina mentre prepara dei biscotti fatti in casa

E poi c’è la cucina.

Io credo profondamente nell’importanza di mangiare bene. Cucino sano, scelgo con attenzione quello che mangiamo e su questo sono assolutamente coerente.

La mia coerenza, però, non consiste nel mangiare “perfettamente”. Per me significa che un buon 70-80% di ciò che mangio è esattamente come penso sia meglio mangiare, lasciando tranquillamente spazio, per il resto, a scelte un po’ meno rigorose. Perché credo che prendersi cura di sé non significhi diventare rigidi e che la rigidità, quando non è necessaria, non faccia affatto rima con salute.

Solo che cucinare non mi piace particolarmente.

A casa nostra può tranquillamente andare in scena questo dialogo:

«Alice, ma vuoi veramente mangiare?»
«Sì, mamma.»
«Sei proprio sicura?»
«Sì.»
«Va bene… butto su qualcosa.»

Non sono quella che guarda MasterChef e poi sente l’irrefrenabile desiderio di sperimentare una nuova ricetta. Mi piacerebbe, ma no… non succede.

Cucino sano, abbastanza semplice, piuttosto velocemente e senza particolare entusiasmo. E se nella mia vita compare qualcuno che ama cucinare e ha voglia di farlo anche per me, ne sono felicissima.

Alice ormai lo sa. A volte mi suggerisce lei cosa preparare, qualche volta si mette direttamente ai fornelli. E nel frattempo ha imparato ad apprezzare quella cucina semplice e sana che da piccola non sempre la entusiasmava.

E naturalmente la mia imperfezione non riguarda solo il mio essere madre.

Lo sono anche nel lavoro e nelle relazioni. Faccio le mie gaffe, dimentico delle cose, a volte mi accorgo che avrei potuto fare meglio o comportarmi diversamente. Cerco di fare quello che faccio con il cuore e con le migliori intenzioni, ma questo non significa che il risultato sia sempre perfetto.

Quando mi accorgo di aver sbagliato, però, una cosa cerco di farla sempre: fermarmi a capire cosa è successo.. Se serve mi confronto, se ho ferito qualcuno o ho commesso un errore mi scuso, e provo a capire cosa posso fare diversamente la volta successiva.

Questo per me è importante. Essere perfetta, no.

E no, non sono perfetta neppure nell’aspetto. Ho un corpo vero, un viso vero, i miei difetti e i segni del tempo. Alcune cose mi piacciono molto, altre meno. Posso prendermi cura di me e migliorare ciò che desidero, senza pensare di dover raggiungere un modello di perfezione che, in fondo, non mi interessa.

Forse è anche qui che abbiamo confuso per tanto tempo il miglioramento con la perfezione.

Siamo cresciuti molto concentrati su ciò che mancava: correggere i difetti, colmare le lacune, migliorare i punti deboli. E naturalmente lavorare su di sé è importante. Ma oggi sappiamo anche quanto possa essere potente fare il contrario: riconoscere le proprie potenzialità e investire sui propri punti di forza, invece di passare la vita nel tentativo di diventare eccellenti proprio dove eccellenti non siamo.

Bambina seduta a terra circondata dai suoi peluche

E poi c’è un’altra cosa.

Io dei difetti delle persone spesso mi innamoro proprio.

Li trovo teneri. Soprattutto quando qualcuno riesce a mostrarmeli senza nasconderli: magari con un po’ di imbarazzo, magari sentendosi ancora un po’ a disagio. Oppure quando ha imparato ad accettarli e a guardarli con affetto.

Mi piacciono quelle piccole imperfezioni che fanno parte di una persona e che, quando la conosci davvero, finiscono quasi per diventare qualcosa a cui ti affezioni.

Forse è anche per questo che le persone perfette non mi sono mai piaciute particolarmente.

O, più probabilmente, perché ho capito che le persone perfette semplicemente non esistono.

E c’è un’altra cosa che osservo con curiosità.

Nei ragazzi che incontro vedo spesso una maggiore tranquillità nel dichiarare ciò che non sanno fare o ciò in cui non sono particolarmente bravi.

È soltanto una mia impressione, e non so quanto possa essere generalizzata a una generazione intera. Ma a volte penso che noi siamo cresciuti con una pressione diversa: mostrare soprattutto la parte forte, quella capace, quella che sa cavarsela. Come se ammettere un limite significasse valere un po’ meno.

Forse loro, almeno alcuni, stanno imparando qualcosa che a noi è costato più tempo capire.

Non dobbiamo essere bravi in tutto.

Possiamo essere estremamente coerenti con ciò in cui crediamo e contemporaneamente avere difetti, dimenticare una merenda, non avere un fazzoletto quando serve e non avere nessuna voglia di preparare la cena.

Possiamo lavorare su noi stessi per tutta la vita senza avere come obiettivo la perfezione.

Io almeno faccio così.

E il premio mamma migliore della settimana esiste ancora.

Oggi Alice ha 17 anni e le merende non sono più affar mio. Ma se arriviamo a fine settimana e ha ricevuto tutti i pasti previsti, sono riuscita a fare la lavatrice in tempo perché abbia quello che le serve per gli allenamenti e, più o meno, non ho dimenticato niente di fondamentale, continuo a pensare di meritarmi il premio.

Anzi, a questo punto, forse più di uno. 😄

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