Il vasetto dell’amore della mamma
Ci sono immagini che mi accompagnano per anni.
È il mio modo di comprendere le cose: spesso un concetto, prima ancora di diventare una spiegazione, nella mia testa diventa un’immagine.
Una di queste è quella dei vasetti.
Mi sono resa conto, a un certo punto della mia vita, che ciascuno di noi sembra avere dei vasetti da riempire.
Alcuni sono molto semplici.
Io, per esempio, ho avuto il vasetto dell’andare al cinema, quello delle cene fuori con gli amici, quello del ristorante. Sono state cose che, in alcuni momenti della mia vita, desideravo moltissimo.
Poi ne ho fatto il pieno, vivendo anche fin troppo intensamente.
E quei vasetti, piano piano, si sono riempiti.
Questo non significa che oggi non vada più al cinema o non abbia piacere a cenare con degli amici. Significa semplicemente che non ne ho più bisogno nello stesso modo.
Posso farlo oppure no. Posso lasciarmi coinvolgere perché ci sono persone con cui desidero stare, perché penso che quell’incontro possa essere un nutrimento reciproco, perché mi incuriosisce qualcosa.
Ma è diverso.
Quando un vasetto è pieno, possiamo ancora desiderare qualcosa senza avere bisogno che quella cosa riempia un vuoto.
Ed è osservando le persone che ho incontrato negli anni che ho capito che non tutti i vasetti, però, sono così semplici da riempire.
Ci sono vuoti che nascono molto presto
Uno dei più importanti, e forse uno dei più difficili da recuperare quando è rimasto vuoto, è quello che io chiamo il vasetto dell’amore della mamma.

Nella mia esperienza ho incontrato diverse persone che portavano dentro questa mancanza. In particolare l’ho osservata spesso negli uomini che sono arrivati nella mia vita e nelle persone che ho cercato di aiutare.
Non pretendo che ciò che ho visto rappresenti tutte le possibili ferite legate alla relazione con una madre.
Probabilmente riconosco più facilmente proprio alcune ferite perché sono quelle con cui, per storia, sensibilità e caratteristiche personali, so entrare maggiormente in relazione.
Ma c’è una dinamica che ho visto ripetersi molte volte.
Uomini adulti che, quando cominciano a raccontarsi, sanno benissimo che cosa è mancato.
A volte la madre non c’era.
Qualcuno è stato affidato per anni a una nonna o a una zia perché la mamma doveva lavorare e non poteva occuparsi di lui. E magari quella nonna è stata una figura straordinariamente amorevole, importante, persino fondamentale.
Ma essere stati molto amati da qualcun altro non sempre cancella la percezione dell’assenza della propria madre.
Altre volte la mamma era fisicamente presente, ma emotivamente lontana.
Può accadere per moltissime ragioni. Un lutto, un trauma, una depressione, una situazione familiare difficile, un dolore che occupa uno spazio enorme dentro una persona.
Ho incontrato anche donne per le quali la perdita di una gravidanza o un aborto, soprattutto quando era stato scelto, aveva aperto una crisi esistenziale profondissima. Non tutte le donne vivono naturalmente queste esperienze nello stesso modo, ma ho potuto vedere quanto un dolore non elaborato possa, in alcuni casi, assorbire una parte enorme della capacità di essere presenti nella propria vita e nelle proprie relazioni.
E un bambino non conosce necessariamente la ragione di quella distanza.
Sente soprattutto che la mamma non è completamente lì.
Quando il vasetto non è soltanto vuoto
Per molto tempo ho pensato che queste persone avessero semplicemente bisogno di ricevere più amore.
Poi mi sono accorta che qualche volta l’immagine non era sufficiente.
Perché puoi versare tantissimo amore dentro un vasetto vuoto e, prima o poi, quel vasetto dovrebbe cominciare a riempirsi.
Invece a volte non succede.
Dai presenza, ascolto, disponibilità, affetto. La persona li riceve. Magari per un momento sta meglio.
E poco dopo sembra essere nuovamente al punto di partenza.
È stato allora che nella mia testa l’immagine è cambiata.
Forse quel vasetto non è soltanto vuoto. Forse è bucato.
E allora puoi continuare a versarci dentro tutto l’amore del mondo, ma una parte continuerà a uscire.
Non perché quella persona sia ingrata.
Non perché non sappia riconoscere ciò che riceve.
E neppure necessariamente perché chi le sta accanto non la ami abbastanza.
Semplicemente, qualcosa dentro di lei non riesce ancora a trattenere quell’amore.
Continuare a cercare la mamma
Negli uomini nei quali ho riconosciuto questa ferita ho osservato spesso una cosa particolare.
Non necessariamente entrano in conflitto con la madre.
A volte accade quasi il contrario.
Continuano a cercarla.
Continuano ad aspettare quella manifestazione d’affetto, quell’attenzione, quel riconoscimento che forse aspettano da quando erano bambini.

Come se una parte di loro continuasse a dire:
Guardami.
Accorgiti di me.
Dimmi che sono importante.
Amami.
E può succedere che quella ricerca non rimanga confinata al rapporto con la madre.
La persona arriva all’età adulta portandosi dietro una fame affettiva che può entrare nelle relazioni, nel rapporto con se stessa e, qualche volta, persino nel lavoro.
Nelle persone che ho incontrato ho visto difficoltà relazionali, forme di dipendenza emotiva, poca fiducia in se stessi e, soprattutto, una sensazione più generale di insoddisfazione.
Naturalmente non penso che ogni dipendenza affettiva, ogni problema relazionale o ogni insicurezza derivi da una mancanza d’amore materno.
La vita umana è molto più complessa di così.
Ma qualche volta, dietro problemi apparentemente molto diversi, quel vasetto vuoto c’è.
E spesso la persona lo sa.
Come si ripara un vasetto bucato?
Questa è la parte più difficile da raccontare.
Perché non ho visto grandi illuminazioni improvvise.
Ho visto processi lenti.
Ho visto persone partire da una sensazione di sconforto, di inutilità, qualche volta quasi di smarrimento generale davanti alla propria vita.
E poi, molto lentamente, qualcosa cominciare a cambiare.
Un sorriso in più.
La capacità di godere di una cosa piccola.
Un momento in cui non serve che accada qualcosa di straordinario per stare bene.
Una maggiore fiducia.
Un rapporto un po’ meno tormentato con se stessi.
E, soprattutto, la capacità di cominciare ad amarsi un po’ di più.
Non so indicare il momento preciso in cui il vasetto comincia a ripararsi.
So però quanto possa essere importante incontrare qualcuno capace di esserci.
Una persona amorevole. Una presenza costante. Qualcuno che ascolta davvero e che, continuando a versare amore in quel recipiente, permette forse per la prima volta di fare esperienza del fatto che quell’amore esiste.
A volte sono amici.
A volte compagni o compagne.
A volte persone che incontriamo lungo un percorso di crescita.
Ma c’è un punto fondamentale.
Per quanto sia prezioso l’amore che riceviamo, non possiamo affidare soltanto agli altri il compito di riempire il nostro vasetto.
L’amore degli altri può essere una parte preziosissima della riparazione.
Poi, però, bisogna imparare anche a camminare da soli.
Un vaso riparato conserva la sua storia
Non so nemmeno se un vasetto che è stato bucato diventi mai identico a uno che ha potuto riempirsi serenamente fin dall’inizio.
Forse no.
Forse alcune fragilità rimangono più sensibili e richiedono maggiore attenzione anche molti anni dopo.
Ma questo non significa essere condannati a rimanere vuoti.
Mi piace pensare che un vaso riparato possa tornare a contenere, pur conservando la memoria della sua crepa.
E forse proprio per questo dobbiamo continuare a prendercene cura.
Avere vicino persone amorevoli aiuta enormemente.
Ma aiuta anche imparare a riconoscere il proprio valore senza aspettare continuamente che sia qualcun altro a confermarcelo.
Imparare a stare bene nelle piccole cose.
A riconoscere l’amore quando arriva.
A non perderlo immediatamente attraverso la paura che possa finire.
E soprattutto imparare, poco alla volta, a dare a noi stessi una parte di ciò che abbiamo aspettato così a lungo dagli altri.

E le figlie?
La ferita materna non si manifesta necessariamente nello stesso modo per tutti.
Nelle donne che ho incontrato l’ho vista prendere spesso altre strade: il conflitto con la madre, il confronto continuo, la sensazione di non essere mai abbastanza, la svalutazione, qualche volta persino la percezione dolorosa che un fratello fosse amato in un modo diverso.
È un mondo differente, che merita uno spazio tutto suo.
Così come esiste un altro vasetto importantissimo: quello della stima e dell’amore del papà.
Anche quello può accompagnarci molto lontano nella vita quando è pieno — e farsi sentire molto quando è rimasto vuoto.
Ma ne parleremo un’altra volta.
Dopo i diciotto anni
Una volta la mia dottoressa mi disse una cosa molto semplice, che mi è rimasta impressa:
a un certo punto, dopo i diciotto anni, bisogna smettere di dare la colpa ai genitori.
Non significa negare quello che è successo.
Non significa dire che ciò che ci è mancato non fosse importante.
Non significa assolvere necessariamente tutti, né convincersi che non ci siano state ferite.
Significa qualcosa di molto più impegnativo:
riconoscere che da adulti quel vasetto diventa nostro.
Possiamo comprenderne la storia.
Possiamo finalmente dare un nome al buco che ci portiamo dietro.
Possiamo anche comprendere che forse nostra madre non ci ha dato ciò di cui avevamo bisogno semplicemente perché non ne era capace, perché era impegnata a sopravvivere ai propri dolori o perché anche lei portava con sé i suoi vasetti vuoti.
Ma poi arriva il momento della nostra vita.
Possiamo continuare a presentare quel vasetto a nostra madre sperando che, finalmente, lo riempia.
Possiamo presentarlo a ogni persona che amiamo chiedendole inconsapevolmente di compensare ciò che non abbiamo ricevuto.
Oppure possiamo accettare l’amore che incontriamo, lasciarci aiutare, imparare a trattenerlo e, poco alla volta, cominciare noi stessi a riparare il fondo del nostro vaso.
E allora forse la domanda non è più soltanto:
Perché mia madre non mi ha amato come avevo bisogno?
Forse, a un certo punto, la domanda può cambiare.
Che cosa posso fare io, oggi, per prendermi cura di quel vasetto e della mia vita?
Non possiamo cambiare ciò che non abbiamo ricevuto nel momento in cui ne avevamo bisogno. Possiamo però riconoscerlo, accogliere l’amore che incontriamo, imparare a trattenerlo e cominciare, poco alla volta, a darlo anche a noi stessi.
Forse è proprio questa una delle lezioni dell’anima che quella ferita è venuta a insegnarci: smettere di aspettare che qualcun altro ripari il passato e prendere in carico la nostra vita.
E qualche volta è proprio lì che avviene la svolta.