Quanto in profondità possiamo leggere ciò che ci accade?
Ci sono momenti in cui la vita ci mette davanti qualcosa che non avremmo scelto.
Una relazione entra in crisi. Un progetto si ferma. Qualcuno ci ferisce. Commettiamo un errore. Ci troviamo ancora una volta dentro una situazione che pensavamo di avere già superato.
La prima domanda che viene spontanea è spesso:
Perché sta succedendo proprio a me?
Negli anni ho imparato ad affiancarle un’altra domanda:
Che cosa posso comprendere da quello che sta accadendo?
Perché credo profondamente che niente accada per caso.
Questo non significa che tutto ciò che accade sia piacevole, giusto o desiderabile. Significa che anche dentro ciò che non avremmo mai scelto può esserci qualcosa da vedere.
E possiamo imparare, piano piano, a leggerlo.
Prima di tutto: fai ciò che c’è da fare
Prima di cercare significati profondi, c’è un piano molto più semplice da affrontare: quello della realtà.
Se ti rompi una gamba, vai all’ospedale.
Se hai fatto una stupidaggine, cerchi di rimediare.
Se continui a prendere multe perché vai troppo veloce, forse la prima lezione non richiede una grande ricerca spirituale: devi imparare ad andare più piano.
La ricerca di un significato più profondo non sostituisce mai l’azione concreta.
Anzi, nella mia esperienza l’azione è spesso proprio ciò che mette in movimento le cose.
Possiamo chiedere aiuto a Dio, all’Universo, alla vita, alle nostre guide, secondo il linguaggio che sentiamo più vicino. Possiamo chiedere indicazioni, sostegno, una strada.
Poi però dobbiamo muoverci.
Fare quella telefonata. Dire quella cosa. Mettere quel confine. Mandare quel curriculum. Chiedere scusa. Cambiare un comportamento. Cominciare.
Qualcuno lo dice in maniera molto meno elegante: alza il culo.
In fondo il concetto è quello.
Fai il passo che puoi fare tu. Poi guarda che cosa accade.
La risposta potrebbe non arrivare nella forma che avevi immaginato. Potrebbe aprirsi un’altra porta, presentarsi una persona o chiudersi definitivamente una strada che continuavi ostinatamente a percorrere.
Ma tu intanto ti sei mosso.

Poi chiediti: che cosa mi sta facendo sentire?
Una volta affrontato ciò che concretamente possiamo affrontare, possiamo scendere di un piano.
Che emozione sta muovendo dentro di me questa situazione?
Rabbia? Paura? Impotenza? Senso di abbandono? Vergogna? Ingiustizia? Tristezza?
Qui comincia un lavoro completamente diverso.
L’emozione non è necessariamente qualcosa da far sparire il più velocemente possibile. Possiamo provare ad ascoltarla, sentirla davvero, chiederci che cosa stia raccontando.
Perché molto spesso scopriamo che l’intensità di ciò che proviamo non appartiene soltanto all’evento che abbiamo davanti.
Quella situazione ha toccato qualcosa.
Dove ho già sentito questa emozione?
Dove conosco già questa sensazione?
Quando mi sono sentito così?
Possono comparire collegamenti che prima non vedevamo.
Una relazione. Un episodio sul lavoro. Qualcosa accaduto durante l’infanzia. Una frase che continuiamo a ricordare dopo trent’anni.
Situazioni apparentemente diverse possono aver mosso esattamente lo stesso punto.
A volte ci accorgiamo che la vita sembra premere più volte sullo stesso tasto.
Forse perché lì c’è ancora qualcosa che chiede di essere visto.
E se quella storia non fosse cominciata con noi?
A volte, andando ancora più indietro, ci accorgiamo che alcune paure, convinzioni o dinamiche sembrano attraversare intere famiglie.
Relazioni simili. Abbandoni che si ripetono. Modi di vivere il denaro, il lavoro, l’amore o la maternità che passano da una generazione all’altra.
Una parte di questi fenomeni può essere compresa attraverso l’educazione, i modelli familiari e le convinzioni che assorbiamo crescendo.
Altri approcci, come quello delle costellazioni familiari, propongono una lettura ancora più ampia delle dinamiche che attraversano le generazioni.
Qualunque sia la chiave che sentiamo più vicina, può essere interessante domandarci:
Quanto di ciò che sto vivendo appartiene davvero soltanto a me?

Quando non capisco, chiedo
Ci sono situazioni in cui ho guardato, lavorato, cercato di comprendere e ancora qualcosa non torna.
In quei momenti faccio una cosa molto semplice.
Chiedo.
Posso essere tranquillamente a occhi aperti, immersa nella mia vita normale, e dire:
“Per favore, fammi capire quello che devo capire.”
Poi continuo a vivere.
A volte la risposta arriva nei giorni successivi. Succede qualcosa, qualcuno pronuncia una frase, mi trovo davanti a una situazione apparentemente scollegata.
E improvvisamente i pezzi si mettono insieme.
Devo però dirvi una cosa.
Nella mia esperienza, capire fa spesso male.
Perché quando chiediamo sinceramente di vedere, la risposta non viene necessariamente a dirci che avevamo ragione.
Molto spesso illumina proprio una parte di noi che non avevamo ancora visto: una paura, una rigidità, un giudizio, un bisogno, una responsabilità che avevamo attribuito completamente a qualcun altro.
Una nostra zona d’ombra.
Non siamo perfetti. E forse è proprio questo il bello.
Ogni volta che riusciamo a vedere qualcosa che prima non vedevamo, abbiamo un po’ più di libertà.
E, passato quel momento, nella mia esperienza arriva quasi sempre un piano più leggero.
Non chiedere soltanto che il problema sparisca
Esistono molti strumenti che possono aiutarci nei momenti difficili e alcuni possono rendere un processo più veloce. Li ho utilizzati anch’io.
Eppure, quando è possibile, preferisco comprendere piuttosto che limitarmi a togliere il problema.
Non voglio soltanto stare meglio. Voglio capire che cosa quell’esperienza sta cercando di mostrarmi.
Perché il sollievo è prezioso.
La consapevolezza può cambiare il modo in cui attraverseremo anche ciò che verrà dopo.
E qualche volta la ricerca arriva ancora più lontano
Ci sono situazioni importanti nelle quali possiamo aver lavorato a lungo, attraversato le emozioni, cercato collegamenti con la nostra storia e con quella familiare, chiesto di comprendere, e sentire comunque che manca ancora qualcosa.
Parlo di nodi grandi, profondi, persistenti. Non di ogni difficoltà quotidiana.
È soltanto in alcuni di questi casi che, nella mia esperienza, sono arrivata a esplorare un territorio ancora più delicato: quello delle vite precedenti e delle dinamiche karmiche.
Attraverso rilassamenti e visualizzazioni profonde mi è capitato di vedere scene, persone e situazioni che ho percepito come appartenenti ad altre vite. A volte erano accompagnate da emozioni di un’intensità straordinaria: paure, dolore, ma anche gioie che non ricordavo di avere mai provato con quella forza nella mia vita attuale.
Erano davvero vite precedenti?
Vero o non vero, per me non è questo il punto.
Non ho bisogno di dimostrarlo e non ho bisogno che qualcuno ci creda.
La domanda che mi interessa è:
che cosa ha prodotto quell’esperienza nella mia vita?
In alcuni casi ciò che ho visto e, soprattutto, ciò che ho sentito mi ha permesso di comprendere un nodo molto profondo e di produrre nella mia vita presente il cambiamento di cui avevo bisogno.
Ed è successo anche ad altre persone che ho accompagnato.
Per questo considero queste esperienze uno strumento da avvicinare con rispetto e soltanto quando serve davvero.
Ho imparato anche che non credo sia particolarmente utile che qualcuno ci racconti semplicemente chi saremmo stati o che cosa ci sarebbe accaduto in un’altra vita.
La parte trasformativa, almeno per ciò che ho osservato, non sta nell’informazione.
Sta nell’esperienza.
Nell’emozione che emerge, nella comprensione che porta con sé e soprattutto in ciò che quella comprensione permette di cambiare nella vita che stiamo vivendo adesso.
Perché, alla fine, è sempre qui che dobbiamo tornare.

Lo stesso evento può raccontarci cose diverse nel tempo
Ci sono avvenimenti della mia vita che, mentre li attraversavo, potevo leggere soltanto attraverso ciò che stavo vivendo in quel momento.
Anni dopo ho cominciato a vedere quello che avevano prodotto.
Ho visto persone cambiare, relazioni trasformarsi, parti di me emergere che probabilmente non sarebbero mai venute alla luce senza quel passaggio.
E ancora più avanti sono arrivate altre comprensioni.
Questo non ha reso falsa la prima lettura.
Il dolore era vero. Le difficoltà erano vere. Le decisioni concrete che avevo dovuto prendere erano necessarie.
Semplicemente, non vedevo ancora tutta la storia.
Alla fine, si torna sempre alla vita
Possiamo andare molto in profondità.
Possiamo attraversare un’emozione, seguirla nella nostra storia, scoprire che qualcosa si ripete nella nostra famiglia. Possiamo chiedere alla vita di mostrarci ciò che ancora non riusciamo a vedere e, qualche volta, arrivare persino a interrogarci su piani che vanno oltre questa esistenza.
Ma c’è una cosa che per me non dobbiamo mai perdere di vista:
non stiamo facendo tutto questo per capire di più. Stiamo facendo tutto questo per vivere meglio.
Non serve spaccare il capello in quattro alla ricerca dell’origine di ogni nostra reazione.
Non serve diventare archeologi delle nostre ferite.
Andiamo in profondità soltanto fin dove serve.
Fin dove c’è qualcosa che continua a impedirci di vivere pienamente: una paura che ci trattiene, una convinzione che restringe il nostro mondo, una ferita che continua a decidere al posto nostro, un comportamento che ci riporta sempre nello stesso punto.
Una zavorra che continuiamo a portarci dietro anche quando non ci serve più.
È per questo che cerchiamo di comprendere.
Per lasciare andare le zavorre.
Per recuperare l’energia che abbiamo impiegato per anni a proteggerci, adattarci, difenderci, ripetere sempre gli stessi meccanismi.
E utilizzare finalmente quell’energia per vivere.
Per amare. Per creare. Per scegliere. Per esprimere ciò che siamo. Per provare gioia.
Per realizzare pienamente questa vita.
Alla fine, anche quando siamo andati molto lontano alla ricerca di una risposta, dobbiamo tornare qui.
A quello che facciamo oggi.
Alle persone che amiamo.
Alle scelte che abbiamo davanti.
Alla possibilità di essere un po’ più liberi di ieri.
Per questo continuo a credere che niente accada per caso.
Non perché dobbiamo trovare una spiegazione a tutto.
Ma perché ogni volta che riusciamo a comprendere ciò che la vita ci sta mostrando, possiamo lasciare andare qualcosa che non ci serve più e fare un altro passo verso la nostra natura.
E forse è proprio questo il senso più profondo di imparare a leggere la vita:
non capire tutto.
Diventare sempre più liberi di vivere pienamente ciò che siamo e portare il nostro bene al mondo.
Grazie Lisa. Bello leggerti. Bello ascoltarti. Bello frequentarti e confrontarci. Grazie
Sempre bello anche per me frequentarti, sei speciale!